Le valli che circondano Domodossola offrono una grande varietà di percorsi adatti ad ogni tipologia di escursionista. In queste pagine mi propongo di riportarne alcuni, da me provati, e di fornire qualche informazione, sperando di fare cosa utile ad altri appassionati come me.

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Alpeggi di Arvogno

 

Giro ad anello nel vasto anfiteatro alle pendici della Pioda di Crana. Ho lasciato l’auto nel parcheggio di Arvogno ed ho seguito le indicazioni per il lago Panelatte. Si scende per un breve tratto di strada asfaltata fino a superare il ponte sul rio Melezzo, si segue poi la mulattiera, a destra, che risale decisa il versante opposto, per poi incrociare nuovamente la strada consortile (chiusa al traffico) che termina poco oltre, in prossimità del ponte sul rio Verzasco. Si prosegue su bella e facile mulattiera fino alle baite dell’alpe Verzasco dove si abbandona il tracciato per il lago Panelatte. Seguendo le indicazioni per la Pioda di Crana si imbocca un sentiero che rimonta il crinale in presa diretta, tra pascoli e macchie boscose. La pendenza è molto forte, poco alleggerita dalla lunga sequenza di tornantini. Il fondo non è dei migliori – terra friabile e sassi instabili (in caso di pioggia potrebbe risultare scivoloso). La fatica termina alle baite della frazione più alta dell’alpe Borca, da dove si gode di una buona vista sul vallone che scenda dalla bocchetta di Muino e dalla Piana di Vigezzo.

Qui ho deciso di fare una variante al mio programma, allungando non poco l’anello per inserire la visita all’alpe Villasco che una tabella indicava a 35 minuti. E posso dire di aver pescato un jolly: in falsopiano una bella e facile mulattiera tutta lastricata, sotto un bosco di conifere, in troppo poco tempo raggiuge la meta. I tratti più affascinanti si trovano nei pressi di tra guadi (asciutti) nei quali la mulattiera è sostenuta da muri a secco che testimoniano della importanza che questo collegamento doveva avere in passato. L’alpe Villasco è in evidente stato di abbandono, la grande stalla ha il tetto parzialmente crollato, fortunatamente il grande abbeveratoio svolge ancora egregiamente la sua funzione (al riguardo devo precisare che in tutti gli alpeggi compresi nell’anello odierno si trova comunque acqua corrente). Il panorama si apre verso il Passo di Ruggia e il Pizzo di Fontanalba. A Villasco si incrocia nuovamente la mulattiera che sale al lago Panelatte.

Dopo una breve sosta sono ritornato sui miei passi fino al bivio ignorato all’andata. Qui ho tenuto la destra seguendo le indicazioni per la Pioda di Crana. Da qui la vegetazione cambia, si cammina sotto un luminoso bosco di faggi – il sentiero è segnato e sempre evidente nonostante lo spesso tappeto di foglie. Si interseca la traccia che sale diretta dall’alpe Borca e che prosegue verso la Pioda, mentre io ho proseguito diritto in costa. Ancora qualche saliscendi e finalmente si sbuca all’alpe La Colla. Una sola baita ancora in discrete condizioni e un’ampia vista panoramica. Verso sud su Arvogno, sulla valle Vigezzo e sulle cime della Valgrande - verso ovest la Loccia di Peve e il Monte Mater – alle spalle la corona di rocce dell’anfiteatro compreso tra la Pioda di Crana ed il Pizzo Scheggia. Peccato per l’abbondate foschia e per le nuvole sparse. 

Pranzo con vista e ripartenza. Dopo aver ridisceso il pascolo sul sentiero della salita, ho preso a destra una poco evidente traccia che punta decisamente verso valle. Quasi subito si deve superare un valloncello in secca che però presenta due brevi passaggi che ho trovato difficoltosi per l’altezza dei gradoni e la mancanza di appigli. Tranquilli, se ce l’ho fatta io ce la può fare chiunque, un poco di attenzione però non guasta.

Da qui in avanti non ci sono altre segnalazioni da fare. Si transita per l’alpe Chert (dove si ha un altro punto panoramico) e il tracciato termina all’alpe Verzasco da dove era iniziato l’anello. Non rimane che incamminarsi verso una meritata birra al rifugio Arvogno.

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Effettuata29 Luglio 2026
Dislivello complessivo700 m   
Distanza percorsa 9 Km
Tempo di cammino 6 h 




Alpe Schiena di Bletz

 

Parcheggiare a Macugnaga quest’anno è risultato semplice. Sono chiusi tutti gli impianti di rialita e di conseguenza il flusso turistico risulta scarso. Ho lasciato l’auto vicino alla stazione della funivia per il Monte Moro e seguendo le indicazioni ho raggiunto la frazione Opaco, a monte della quale parte il “sentiero dei cacciatori”.

Il primo tratto è un drittone verticale che risale la costa boscosa, praticamente con percorso libero. In alto sui massi però si possono scorgere i classici segni B/R che indicano il sentiero vero e proprio. Una buona traccia a tornanti sale con pendenza costante sino al bivio per il rifugio Zamboni. Si prosegue a sinistra sempre sotto il fresco bosco di conifere con un lungo traverso con parecchi tratti in falsopiano. Si giunge nella zona devastata dalle bufere di vento degli scorsi anni dove centinaia di piante sradicate bloccano il tracciato originario. Fortunatamente è stato segnato un percorso alternativo che aggira, da sotto, questa vasta zona, altrimenti invalicabile. La nuova traccia è ovviamente precaria ma non presenta difficoltà. Una volta ritornati sul vecchio sentiero si riprende il traverso che dopo poco sbuca allo scoperto nel vasto areale che scende dal Pizzo Nero. Qui la vegetazione è costituita solo da radi cespugli e si avanza tra l’erba alta su traccia comunque sempre evidente. Si devono guadare tre torrenti, quasi asciutti. 

Senza problemi i primi due mentre, il terzo richiede un poco di attenzione a causa di alcuni massi da scavalcare. Dopo questo terzo guado si ritorna nel bosco. Ancora qualche pianta schiantata da aggirare o scavalcare e con una breve rampa si giunge all’alpe Bletz, dove arriva anche un sentiero che sale dal Lago delle Fate. Baite e stalle sono ridotte a ruderi ed il non vasto pascolo viene progressivamente mangiato dal bosco. Il panorama si apre sulla bassa valle Anzasca e sulla sottostante val Quarazza. Un recente fontanile consente di rinfrescarsi e di fare scorta d’acqua.

Il tracciato punta ora decisamente al ripido crinale che si affronta in “presa diretta”. Si sale con pendenza sempre molto elevata su gradoni, roccette e radici, senza problemi oggettivi ma con tanta, tanta fatica. Quando però si sbuca all’alpe Schiena di Bletz ci si sente ricompensati. La posizione è fantastica: un piccolo balcone affacciato sull’alta val Quarazza. Piccolo e accogliente il Bivacco Mauro Borretti e Walter Schranz offre l’indispensabile per un ricovero di emergenza. L’unica cosa che manca è l’acqua, a parte qualche bottiglietta di minerale, la sorgente a fianco del bivacco è completamente in secca. Ho portato una sedia sul terrazzino e pranzato godendo della vista grandiosa. Firmato il registro del CAI e lasciato un piccolo contributo al mantenimento del rifugio, ho iniziato il rientro per il medesimo percorso fatto in salita.

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Effettuata6 Luglio 2026
Dislivello complessivo670 m   
Distanza percorsa 9 Km
Tempo di cammino 6 h 




Colle di Baranca

Dalla frazione Fontane di Bannio-Anzino all’inizio della salita per il Colle di Baranca ci sono circa 5 km di strada asfaltata, molto stretta e dissestata, che termina con uno slargo dove è possibile parcheggiare e fare inversione.

Si passa il torrente Olocchia su un ponte recentemente sistemato e subito si inizia a salire su una larga mulattiera a gradoni che in forte pendenza, e vari tornanti, risale la costa boscosa. Superate le baite diroccate dell’alpe Rasa inizia un lungo traverso in ambiente più aperto. Il sentiero, ora con pendenza contenuta, consente di riprendere fiato e di godere dei primi scorci panoramici. La vegetazione in questo tratto è costituita in gran parte da maggiociondoli, che in questo inizio di giugno sono in piena fioritura. Uno spettacolo!

Verso quota 1.550 si può fare rifornimento d’acqua presso un fontanile, posto proprio all’inizio dell’ultimo tratto di salita al Colle. Il fondo è pietroso e la pendenza torna a farsi decisa. Si risale a tornanti il mottone su cui sorge l’alpe Oreto, che però rimane sull’altro lato del torrente, ed infine si raggiunge il pianoro del Colle di Baranca. In falsopiano si giunge alla cappella a ricordo dei caduti del Battaglione Valtoce e allo scollinamento.

A destra il sentiero prosegue tra le baite e le stalle dell’alpe Selle ed ai ruderi della suggestiva Villa Aprilia (Lancia). Salendo alle spalle delle baite dell’alpeggio si raggiunge in breve un bel punto panoramico sul vallone di Bannio-Anzino e sulle cime circostanti.

Ritornati al Colle una traccia erbosa in falsopiano consente di raggiungere il rifugio Selle, in posizione panoramica sul sottostante Lago Baranca e sul vallone che scende verso Fobello (Valsesia). Il rifugio è a gestione privata e, di norma, aperto tutti i giorni da giugno a settembre.

Mi ero portato fin qui lo zaino carico di provviste, ma al profumino che usciva dalla cucina del rifugio non ho resistito. Gambe sotto il tavolo e via di polenta e spezzatino…

Dai cordiali gestori ho saputo di essere uno dei pochi escursionisti che arrivano salendo dal versante ossolano; la quasi totalità sale dal lato valsesiano dove migliori sono le condizioni della mulattiera e la pendenza è costane e contenuta.

Dopo una lunga pausa “digestiva” ho iniziato la discesa per il medesimo percorso di salita, ad eccezione della breve deviazione per visitare l’alpe Oreto.


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Effettuata12 Giugno 2026
Dislivello complessivo650 m   
Distanza percorsa 7 Km
Tempo di cammino 5 h 




Alpe Marona

 

L’alpe Marona sorge su di un piccolo pianoro a quota 880m, alle spalle di Vogogna, in posizione soleggiata e molto panoramica. Si può raggiungere attraverso diversi sentieri che invogliano a programmare percorsi ad anello. Quello che più mi attirava prevedeva la partenza da Prata e discesa a Dresio, con l’inconveniente di dover percorrere circa 2Km di provinciale, alla sera, per ritornare alla macchina, con il vantaggio però di toccare un alto numero di alpeggi lungo il tragitto. Il tentativo non mi è riuscito, però confermo e suggerisco questa soluzione come la più interessante, magari in un periodo migliore.

Si parcheggia a Prata e si imbocca (tabella) una poderale, a tratti asfaltata, che con forte pendenza sale all’alpe Pianezza, dove la strada finisce. Ma non la pendenza che prosegue bella tosta fino all’alpe Quana. Il sentiero, in buono stato, prosegue più dolce contornando la dorsale ed entrando nel vallone del Rio di Prata. Molte tracce sulla sinistra puntano verso lo scosceso canyon e sono ovviamente da ignorare. Si transita nei pressi di qualche baita isolata e si raggiunge l’alpe Praisano; siamo ormai a quota 800m e da qui inizia il lungo traverso che conduce all’alpe Marona. Senza problemi si giunge all’alpe Barca, un piccolo gioiello, da cui si gode di qualche scorcio panoramico. 

Da qui in avanti la situazione però cambia. Il sentiero – sempre visibile e sicuro – è ingombro di ostacoli: rami, foglie e sassi che rallentano di parecchio la marcia. Si transita per i ruderi dell’alpe Pianin, un tempo abbastanza vasto ma ormai mangiato da bosco. Il tracciato, in falsopiano, e via via più in abbandono, punta al vallone che scende dal Pizzo Lacina. In leggera discesa si giunge ad un primo guado – quel giorno molto “allegro” a causa del disgelo di un inizio marzo parecchio caldo. La mappa mi segnalava che poco più avanti avrei dovuto superare un secondo guado. Vedevo chiaramente sull’altro lato del vallone le baite di Marona a una ventina di minuti, ma tutta quell’acqua mi ha costretto a rinunciare. Sono ritornato sui miei passi fino all’alpe Barca dove ho finalmente pranzato e riposato.

Sempre sul tracciato della salita, con calma sono ritornato all’alpe Pianezza, che la mattina avevo solo intravisto tra gli alberi. Parecchie baite e case sono state ristrutturate, mentre ne rimangono parecchie in abbandono. Curiosa la realizzazione di stradine fiancheggiate da alti muri a secco, che danno l’idea di un labirinto. Una bella soluzione  per smaltire i sassi…  

Per l’ultimo tratto ho deciso di seguire la nuova strada consortile (chiusa con sbarra) che, molto più lunga e dolce, scende a tornanti verso Prata.

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Effettuata6 Marzo 2026
Dislivello complessivo650 m   
Distanza percorsa 8 Km
Tempo di cammino 5 h 

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Però la voglia di salire all’alpe Marona mi ha spinto a tentare un’alternativa, così dopo quasi un mese ci ho riprovato, questa volta partendo da Vogogna per scendere a Dresio, con meno di 1Km di provinciale per chiudere l’anello. 

Ho parcheggiato nei pressi del Teatro Comunale e percorso i vicoli dell’antico borgo sino alla monumentale Chiesa da dove inizia la mulattiera che sale a Genestredo. Questa frazione di Vogogna offre piacevoli scorci panoramici e angoli caratteristici (vedi: Alla Rocca di Vogogna). Raggiunta la piazzetta sommitale si segue per un breve tratto la strada asfaltata, in direzione nord. Giunti ad una baita semi-diroccata si prende a dx il sentiero che sale all’alpe Marona. Non ci sono tabelle o indicazioni, solo un segno rosso sul muro della baita e la scritta A32, molto poco visibili. Da qui il sentiero è sempre ben evidente anche se scarseggiano i segni B/R e gli ometti di pietre. Il tracciato affronta la salita con pendenze sempre decise e pochi sono i traversi che danno respiro, del resto questo versante tra Val Grande e Ossola si presenta molto arcigno.

Superata una Cappelletta il sentiero contorna il monte e si dirige verso il vallone del Rio Dresio. Poco prima del guado si deve superare, con prudenza, un tratto recentemente franato. Passati sull’altro lato del rio si deve risalire il ripido fianco del vallone su una lieve traccia in presa diretta. Una passerella di tronchi, in parte sparita, richiede molta attenzione. Quando finalmente la pendenza molla ci si ritrova su una cengia dove sopravvivono vestigie delle antiche Cave Paradiso. Anche qui qualche difficoltà a superare alcuni alberi caduti.

La salita riprende sempre su sentiero accidentato ed ingombro di ostacoli fino a raggiungere uno scollinamento improvviso. Da sinistra sale un sentiero ben pulito ed in ottimo stato che dovrebbe arrivare direttamente dalla strada di servizio della cava abbandonata sottostante e, visto il cambio repentino delle condizioni del tracciato, pare evidente che i frequentatori dell’alpeggio salgano da questa parte. Infatti, da qui in avanti il percorso si fa facile e piacevole. Un lungo falsopiano conduce alle due baite dell’alpe Pirin e successivamente ad una cappella. Un ultimo strappo e si sbuca sul magnifico pianoro dell’alpe Marona. La fatica è subito ripagata dalla bellezza del posto, delle case e dal magnifico panorama che ha in bella evidenza, al fondo della valle Anzasca, la parete del Monte Rosa. Tra le baite si trovano anche due fontanili che sono gli unici di tutto il percorso. 

Dopo un meritato pranzo con vista, ho iniziato la ripida discesa verso Dresio. Il fondo del tracciato è in buone condizioni, sicuro e pulito. Molti gradoni e passaggi su roccette costringono a procedere con attenzione, ma l’ambiente aperto e le ampie vedute rendono piacevole il percorso. Qualche radura e sparse baite fiancheggiano il sentiero. Giunti ad un balcone panoramico con resti di un impianto teleferico il sentiero cambia radicalmente. Ora si procede su una specie di scivolo in pietra composto da grossi lastroni orizzontali, senza gradini e addirittura con i tornanti dai bordi rialzati (a mo’ di curva parabolica) dallo scopo evidente di facilitare il trasporto a valle dei massi estratti in cava. Questo tratto è chiamato “La Lizza” e termina ad un tornante della strada sterrata di servizio della cava, strada che ho seguito fino a Dresio.

(vedi altre foto)

Effettuata2 Aprile 2026
Dislivello complessivo670 m   
Distanza percorsa 7 Km
Tempo di cammino 5 h 




Moncucco

 

Meraviglioso punto panoramico, raggiungibile con facili tracciati e anche con poca fatica, se si approfitta degli impianti di risalita di Domo Bianca, quando sono in funzione.

Io ho scelto una giornata di metà ottobre, certo di aggiungere ai favolosi panorami la tavolozza di colori che l’autunno regala. Per non parlare della tranquillità. Ho parcheggiato a Lusentino e, tenendomi a destra, ho risalito il prato per pochi metri fino a trovare la traccia che, passando tra le case e sotto la terrazza del ristorante La Roccia, conduce alla chiesa di San Bernardo. Si continua poi in traverso uscendo dal bosco poco sotto l’arrivo del primo tratto di seggiovia (Motti) all’alpe Foppiano. 

Si risale la ripida rampa in asfalto e cemento fino alla prima curva, da dove si stacca il sentiero CAI (rari segni b/r) per Casalavera. Il tracciato però è stato trasformato in pista di discesa per mountain bike, attrezzata con salti e curve paraboliche. Quando gli impianti di risalita sono in funzione è vietato il passaggio agli umani. Come alternativa si può seguire la carrabile o le erbose piste da sci.

Essendo terminata la stagione ho preferito utilizzare il sentiero CAI. I lavori pro-bikers hanno reso il fondo molto liscio e sgombro da ostacoli. Si sale quindi facilmente, sotto un fitto bosco, in direzione sud-ovest e con pendenze moderate fino a sfiorare il canalino del Rio di Anzuno. Da qui prima con una sequenza di stretti tornanti e successivamente con un ultimo traverso si raggiunge il bordo del laghetto di Casalavera. È un piccolo bacino artificiale di servizio per gli impianti di innevamento artificiale che però, con i suoi colori pastello, si inserisce bene nell’ambiente. In alto risulta ben visibile la cima del Moncucco e, poco più sotto, il gabbiotto di arrivo dell’ultimo tronco di seggiovia.

Sul lato sinistro del laghetto un cartello indica il sentiero di salita normale alla vetta, con un tracciato che si mantiene nel vallone sul lato ossolano. Ho preferito seguire un percorso più libero, sfruttando tratti di carrabile e tracce sulle piste da sci meno ripide, con il vantaggio di rimanere sul crinale molto più aperto e panoramico.

Da Casalavera si segue la strada fino all’arrivo a monte del secondo tratto della seggiovia (Prel). Da qui sulle piste da sci ho raggiunto prima l’arrivo della seggiovia Torcelli e successivamente quello della seggiovia Casalavera. La salita è facile e si può ridurre la pendenza zigzagando a naso, alternando la vista sul fondovalle ossolano, sul versante di Bognanco e sulla val Brevettola (Antrona).

Rimane l’ultimo tratto di salita alla cima, su sentiero largo e dal fondo in buono stato. In vista della Croce la traccia si fa stretta e in falsopiano percorre la cresta sommitale, un poco esposta sui due lati. Sulla cima una panchina double-face consente di godersi comodamente l’incredibile panorama. 

Sarebbe lungo elencare le cime che circondano questo cocuzzolo (tra queste anche il Monte Rosa). Senza difficoltà ho riconosciuto almeno una ventina di mete raggiunte negli anni e descritte in questo mio blog.

Per la discesa sono rimasto fondamentalmente sullo stesso itinerario della salita, ma con parecchie varianti (in azzurro sulla mappa). Sono sceso per un tratto di cresta fino al sentiero che conduce al Colle del Pianino, prendendo a destra il falsopiano verso la seggiovia Torcelli. Poi, una volta in vista del laghetto, sono sceso per la pista che punta alla stalla di Casalavera. Tornato al laghetto ho seguito la carrozzabile che porta a Foppiano con qualche scorciatoia per prati e piste. Il ritorno al Lusentino ancora per il tracciato che passa da San Bernardo.

(vedi altre foto)


Effettuata18 Ottobre 2025
Dislivello complessivo810 m   
Distanza percorsa 10 Km
Tempo di cammino 6 h 



Alpe Motto

 

A Dissimo ci sono due aree di parcheggio con pochi posti, ma nei giorni feriali dovrebbe essere possibile trovare spazio. Si parte dal piccolo cimitero, si sale a sinistra e subito la mulattiera si impenna. Il fondo è in buono stato solamente nel primo tratto - dopo i primi tornanti il fondo è molto sconnesso, scavato dalle piogge e conviene marciare sul cordolo che è ancora stabile e in ordine. Fortunatamente la pendenza diminuisce ed il bosco misto a castagni e roverelle regala ombra e frescura. Si esce dal bosco e con gli ultimi due traversi in terreno aperto si raggiungono le abitazioni della frazione Monte di Dissimo (o Monte Rotondo). Il panorama si apre sui monti della Valgrande, sulla valle Cannobina e sulle Centovalli. Si prosegue verso le baite più a monte nei pressi di area di sosta, fontanile e cappelletta.

Il percorso riprende a sinistra con sentiero che si inoltra nel Vallone degli Orti contornando le pendici del monte Cavallina. Si devono superare alcuni passaggi su roccette poi il sentiero si fa più agevole inoltrandosi in un bel bosco di faggi, molto fresco. Si affronta un tratto di salita a stretti tornanti che recupera buona parte del dislivello, per poi spianare con un lungo traverso che porta ai pascoli dell’alpe Rovina.

Il panorama si amplia ulteriormente verso monte, compresa la meta della giornata. Le costruzioni nella parte bassa dell’alpeggio sono diroccate, mentre la baita e la stalla in alto sono agibili e visibilmente utilizzate come pascolo intermedio. In mezzo al prato una lapide ricorda un ragazzo di trent’anni che nel ’44 qui sacrificò la sua vita – R.I.P.

Si riprende a salire sotto un bosco via via meno fitto, nel quale i larici prendono il posto dei faggi. Nei tratti più aperti le tracce si moltiplicano, in pratica si risale la dorsale mantenendosi al centro e zigzagando per ridurre la pendenza. Più in alto si incontrano alcuni bivi, io mi sono sempre mantenuto sul tracciato principale, seguendo le indicazioni per l’Alpe Colma, dove si giunge con un ultimo traverso che corre pochi metri sotto il crinale.

All’alpe Colma una stalla, una baita in ottime condizioni, un fontanile e una dozzina di cavalli unici padroni del luogo. Il panorama da qui è grandioso, in tutte le direzioni e fino all’ultimo orizzonte.

Guardando in direzione nord, verso la val Onsernone, ho notato una baita isolata che mi è parsa il balcone ideale per uno sguardo verso in Canton Ticino e raggiungibile in dieci minuti in falsopiano su buon sentiero. Da quella baita sono visibili anche la bocchetta di Cortaccio ed il tracciato che porta alla Forcoletta e al Pizzo Ruscada. Pranzo con vista.

Dopo una sosta sono ritornato sui miei passi con l’intenzione di prendere un sentiero, segnato in cartina, che dal guado sale all’alpe Motto. Ho trovato l’inizio del tracciato proprio in corrispondenza del grande abbeveratoio ma il fondo mi è subito apparso sconnesso e invaso dalla vegetazione (in rosso sulla mappa). Ho preferito ritornare all’alpe Colma per poi risalire la costa erbosa fino al pianoro dell’alpe Motto (in azzurro sulla mappa). Anche qui una baita, una croce e una grande stalla, entro la quale si erano ritirati i cavalli per ripararsi dal sole del meriggio.

Poco più a monte ben visibile il sentiero che proseguono verso l’alpe Caneto e la bocchetta di Sant’Antonio. Il ritorno sul medesimo tracciato della salita.                 

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Effettuata18 Settembre 2025
Dislivello complessivo1050 m   
Distanza percorsa 11 Km
Tempo di cammino 7 h 



Alpeggi sopra Cheggio - Cavallo di Ro

 

Ho parcheggiato presso la diga di Cheggio. Sono ritornato verso l’abitato, poco oltre il ristorante Alpino un cartello segnala l’inizio del sentiero. Si risale il prato dell’alpeggio fino ad una panchina panoramica per proseguire in traverso in direzione est. Il percorso è abbastanza “libero”, infatti molte sono le tracce e molto pochi i segni B/R sui sassi. Si può tenere come obiettivo il capanno a monte dello skilift. Arrivati nei pressi del capanno ci sono due alternative. Prendere a sinistra la carrabile erbosa che con due tornanti raggiunge il gruppo di baite di quota 1600 circa, oppure proseguire diritto e seguire la traccia (segni B/R) che punta più diretta alle baite. Io sono salito per la carrabile ed in discesa per la traccia diretta.

Dalle baite ci si inoltra nel vallone che scende dal passo del Fornalino fino ad arrivare al bivio segnalato con una palina, dove si prende la traccia a destra e si punta all’alpe Meri inferiore, ben visibile sul poggio a quota 1750 circa. Il sentiero è ben visibile e segnalato, quando sono passato io risultava però molto fangoso e a tratti scivoloso. Superato l’alpe e una breve rampa, inizia il tratto più semplice di tutta l’escursione. Un largo sentiero erboso sale con lunghi traversi in leggera pendenza sino allo scollinamento del Cavallo di Ro. Ad ogni tornante il panorama si allarga verso il lago dei Cavalli ed il Pizzo di Andolla. Raggiunta la sella, una breve deviazione a destra invita a raggiungere un punto panoramico dove si gode di una vista meravigliosa sull’intera alte valle di Antrona.

Si nota bene anche il sentiero che in falsopiano  consente di fare un lungo giro ad anello, transitando per gli alpeggi di Ro, Cumper, Cama superiore e inferiore, per scendere poi all’alpe di Campo sulla strada Antrona-Cheggio. Occorre organizzarsi con più mezzi per il ritorno al parcheggio di Cheggio.

Ho deciso di continuare la mia escursione solamente fino all’alpe Cumper. Dal Cavallo di Ro si perdono circa 70m per scendere ai ruderi dell’alpe Ro – dove resta in piedi solo una piccola “tenda canadese” in pietra. Qualche tratto in falsopiano per poi risalire al guado del Rio Cantonaccio che esce da uno stretto canale roccioso con una bella cascata. Da lontano questo passaggio sembra tosto, ma lo si supera senza problemi. Occorre, come sempre, prudenza.

Si esce dal canalino con una decisa rampa scalinata per poi affrontare l’ultimo lungo falsopiano, tra mirtilli e rododendri, che raggiunge il pianoro dell’alpe Cumper, di cui però non resta traccia. Solo un cartello ed un piccolissimo lago. Il tracciato dal Cavallo di Ro a Cumper è in buono stato ed è stato recentemente (2025) ripulito – ben visibile il passaggio del decespugliatore.

Anche qui il panorama sarebbe stato bellissimo, però nelle ore centrali le bianche nuvole estive si sono abbassate sotto i 2500m, andando a nascondere le cime più belle. Quindi pranzo con vista ridotta.

Rinunciando per ragioni logistiche a completare l’anello, sono ritornato sui miei passi continuando a godere di questo ambiente così solitario. Ritornato all’alpe Meri inferiore, per non fare in discesa il tratto scivoloso, ho seguito una traccia a destra in falsopiano (in verde sulla mappa), non segnata ma ben visibile, che va a raggiungere il sentiero per il passo del Fornalino, al centro del vallone.

Nota: per tutto il percorso non si trovano fontanili.                    (vedi altre foto)

Effettuata15 Settembre 2025
Dislivello complessivo580 m   
Distanza percorsa 9 Km
Tempo di cammino 6 h 



Alpeggi sopra Vanzone

 

Ho programmato un giro ad anello, in senso antiorario, tra gli alpeggi sopra Vanzone, conoscendo però quanto siano ripidi questi versanti, per non attaccare la salita “a freddo” ho parcheggiato alla frazione di Canfinello e percorso il falsopiano di circa 1km e mezzo per portarmi alla frazione di Ronchi.

Si traversa Canfinello ignorando a sinistra il sentiero per l’alpe Col dal quale rientrerò al termine dell’escursione, e tra le abitazioni in pochi minuti si giunge a Croppo. Ci si tiene alti per non finire sulla Provinciale e, dopo qualche tornante in salita, si lascia la strada asfaltata per prendere un sentiero, non segnato, che risale la dorsale, inizialmente in decisa pendenza. Poi il sentiero punta a est e inizia un lungo falsopiano. Attenzione: lasciata Croppo, dopo aver superato una condotta forzata, tenersi sul tracciato alto – più avanti si supera facilmente il bel guado sul Rio Lasino, il sentiero è più evidente e pulito e in breve si raggiunge la chiesetta di Ronchi. 

Qui inizia il tracciato per l’alpe Briga. Da subito la pendenza è elevata, il fondo sconnesso e con gradoni spacca gambe. Verso quota 900 un traverso in direzione est consente di riprendere fiato, ma dura poco. Altra rampa per arrivare ai ruderi dell’alpe Pianezzo, in compenso salendo le condizioni del sentiero progressivamente migliorano.

Superata Pianezzo il sentiero spiana e in falsopiano si esce dal bosco ai prati dell’alpe Briga. Poche baite in buono stato, una cappelletta, una bandiera, un fontanile e un ampio panorama che doveva comprendere anche la Est del Monte Rosa, quel giorno però nascosta dalla solita nuvola di Fantozzi.

Dopo la meritata pausa pranzo ho ripreso la marcia in direzione dell’alpe Col, ben visibile da Briga, 100m più in basso, sull’altro versante del vallone del rio Lasino. Il breve tratto che scende al vallone richiede molta attenzione. Si scende su una debole traccia tagliando in diagonale il ripido costone boscoso, tenendo d’occhio i segni gialli sui tronchi di alcuni alberi. Nel passaggio più infido c’è un tiro di fune metallica che però è un po’ lasco e non offre grande sicurezza. Giunti quasi al fondo del vallone ci si deve calare nel letto asciutto di un rio laterale, sfruttando l’ultimo moncone di fune libero (col senno di poi penso che sarebbe stato meglio per me affrontare questo tratto in salita, compiendo l’escursione nel senso orario).

Il guado del rio Lasino non presenta difficoltà, poi un facile sentiero in falsopiano interseca una condotta forzata che si costeggia fino all’alpe Col. Anche qui poche baite in buone condizioni, una stalla con fontanile e una panchina panoramica.

Per la lunga discesa verso Canfinello si sfrutta una vecchia mulattiera, lastricata e scalinata, ancora in buono stato e con pendenze inferiori a quelle affrontate in salita a Briga.  

(vedi altre foto)

Effettuata23 Agosto 2025
Dislivello complessivo700 m   
Distanza percorsa 6,5 Km
Tempo di cammino 5 h 



Giro delle Bocchette

 

Ho parcheggiato a Prestinone e sono salito alla Piana in cabinovia. Uscendo dalla stazione di arrivo si resta subito incantati dalla grandiosità del panorama circostante.

Tra le baite inizia il sentiero che, in falsopiano, in mezzora porta al vasto alpeggio della Colma di Craveggia. I vari gruppi di baite, in posizione soleggiata e collegati tra lora da sentieri a quote diverse, possono essere già da soli la meta di una piacevole passeggiata.

Per la salita alla bocchetta del Rosario (o più correttamente bocchetta della Cima) sono disponibili due opzioni. La prima segue il sentiero M29 che dall’alpe della Colma sale al passo con lunga diagonale, apparentemente a pendenza costante. La seconda segue invece il tracciato in falsopiano M29B che collega gruppi di baite e che, una volta raggiunta l’alpe Colla, punta dritto per dritto alla sovrastante bocchetta. Ho scelto la seconda soluzione visitando così diversi pascoli, in buona parte caricati ed abitati da intere famiglie con tanto di bimbi. Si traversano in sequenza Colma, Pidella, Calanca e infine La Colla.

Qui, a monte delle baite una tabella indica la direzione per la bocchetta del Rosario. Le mie mappe riportano un sentiero che a zig-zag risale il pascolo, tracciato che ho tentato inutilmente di individuare seguendo false piste. Quello che posso consigliare è di puntare dritto a monte e risalire il prato fino ai primi larici. Poi traversare una seconda radura, più piccola verso sinistra, con un masso bianco che da lontano sembra avere i resti di un segno bianco/rosso… ma era una allucinazione. Comunque, arrivati al masso, salire ancora per una ventina di metri su percorso libero verso i larici di destra. Qui si deve ritrovare il sentiero M29B che, ora ben visibile e in buone condizioni, sale con dolci tornanti alla bocchetta. Pochi metri sotto lo scollinamento si incrocia il tracciato M29 che prosegue a destra verso il monte Sassone. 

Dalla bocchetta il panorama è grandioso sulla valle Vigezzo, sulle Rocce del Gridone e sulle cime della Val Grande. L’altro versante si affaccia sulla selvaggia valle Onsernone.

A sinistra della cappelletta/bivacco del Rosario inizia la lunga discesa verso l’alpe Canva. Il primo tratto è abbastanza invaso da rododendri, mirtilli e giovani larici e richiede un poco di attenzione. Si supera anche un piccolo rio il cui canale è recentemente franato e poi una facile giavina. Il sentiero si tiene poi a mezza costa sotto le rocce del Trubbio, su un pendio erboso che, se bagnato, potrebbe risultare scivoloso. Nel tratto finale della discesa verso l’alpe Canva si stacca a sinistra una traccia che risale in diagonale la costa, puntando direttamente alla bocchetta di Muino. Sono stato tentato di seguirlo, così da risparmiare una ulteriore perdita di quota, ma nessuna delle mie mappe riportava però questo tracciato, così ho lasciato perdere. 

L’alpe Canva è comunque interessante, in posizione panoramica sulle cime svizzere all’orizzonte e consente un colpo d’occhio completo sul percorso fatto per scendere dalla bocchetta del Rosario. Dalle baite si risale su percorso, a volte libero, fino a intersecare la mulattiera per Muino vicino al bivacco CAI all’alpe Ruggia.

Da qui non ci sono più difficoltà. In breve si scollina sul versante vigezzino e comodamente si ritorna alla cabinovia della Piana avendo a destra il magnifico massiccio della Scheggia e della Pioda di Crana.

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Effettuata4 Agosto 2025
Dislivello complessivo580 m   
Distanza percorsa 7,5 Km
Tempo di cammino 5 h 



Da Goglio al Devero

 

In tanti anni che frequento la zona non avevo mai preso in considerazione questa escursione, ritenendo fatica sprecata quella necessaria per salire dove tutti ormai arrivano in auto. È stata invece una piacevole sorpresa.

In effetti basta pensare alla ricchezza dei vastissimi pascoli del Devero per capire che gli alpigiani nei secoli scorsi avevano fatto l’impossibile per raggiungerli, portandosi appresso centinaia di capi di bestiame. Hanno realizzato un’opera imponente e ardita, scavata nella roccia e selciata, che ancora oggi potrebbe essere percorsa in mountain-bike.

Ho parcheggiato nella piazzetta nella parte alta di Goglio, presso la stazione di partenza dell’ex funivia Enel. Da lì parte la carrabile per l’alpe Bondolero, che ho seguito per pochi minuti fino ad un gruppo di abitazioni. Qui una palina indica una traccia fra le baite che punta a nord. Superato un facile guado si incrocia la vecchia mulattiera per l’alpe Devero, che sale da destra.


Il tracciato è in ottime condizioni – si sale sotto un luminoso bosco misto, in costante pendenza. Avvicinandosi alle pareti rocciose inizia un tratto a stretti tornanti che punta decisamente verso un profondo intaglio, che però la mulattiera risale agevolmente (e incredibilmente…). Su ponticello in pietra si scavalca la condotta forzata che alimenta la centrale idroelettrica di Goglio. Ancora qualche tornante e si sbuca alla Forcoletta, una cappelletta e due baite fatiscenti, dove giunge anche il sentiero che sale dalla cascata del Rio Devero (quel giorno molto frequentato, anche perché più breve).

La salita riprende con altri panoramici tornanti e giunge alla Forcola – da qui una larga carrabile conduce in falsopiano al Devero, nella zona dei parcheggi alti.

Per il rientro ci sono varie soluzioni, basta organizzarsi - io sono ritornato sui miei passi. Garantisco che ne vale la pena.


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Effettuata14 Luglio 2025
Dislivello complessivo500 m   
Distanza percorsa 7,5 Km
Tempo di cammino 4 h 



Rifugio Al Cedo

Avvertenza: ho riscontrato grande confusione nei nomi degli alpeggi tra varie cartine e le tabelle sul posto. La mappa qui riportata è corretta come tracciato ma i nomi di alcuni alpeggi sono errati.

Da Malesco si sale sulla bellissima strada asfaltata che porta in val Loana. Praticamente al termine della salita, prima di entrare nell’altopiano di Fondo li Gabi, un comodo parcheggio consente di lasciare l’auto poco a monte dell’alpe Patquedo. Si ritorna verso valle per qualche decina di metri per prendere il sentiero (tabella) per il rifugio al Cedo e Pizzo Ragno. Una traccia ben marcata in forte discesa transita presso le baite per poi traversare il pascolo verso destra. L’alpe era caricata con una quindicina di mucche. Ho dovuto scavalcare due volte (in-out) la recinzione elettrificata non avendo trovato altri varchi. Al fondo della discesa, alle baite di Crotte, due ponticelli in sequenza consentono di superare agevolmente il torrente Loana e il rio del Basso. Presso alcune costruzioni di servizio Enel inizia la strada consortile che risale l’intero vallone.

Il fondo è in ottimo stato e la pendenza appena percepibile, la vista è condizionata dal profilo stretto della valle, gli alpeggi sono pochi e non in buone condizioni, in definitiva quaranta minuti abbastanza monotoni. Poco prima di raggiungere l’alpe Basso finalmente si cambia. In corrispondenza di un bizzarro monumento, sulla destra si stacca una traccia (segni B/R) che risale il prato un po’ più vivacemente, interseca un paio di volte la carrabile presso le baite e un fontanile, per termina al parcheggio dove anche la strada finisce. Trecento metri più in alto si intravedono i vasti pascoli ai quali si giunge risalendo il ripido costone che li sorregge. Il sentiero è molto bello con fondo liscio e quasi privo di scalini (… da mucche). Sotto un fresco bosco di faggi una serie di stretti tornanti consente di superare il dislivello senza difficoltà. Si sbuca sui prati dell’alpe Cedo costellati di baite sparse. In alto è ben evidente il rifugio Dante Castelnuovo del CAI Vigezzo, ombreggiato da due grandi alberi. Si risale il pascolo, quasi in presa diretta, tra mucche asini caprette cani e galline. Il rifugio è abbastanza grande e recentemente sistemato. E’ però necessario prenotare e ritirare le chiavi presso il CAI. Io sono arrivato proprio quando gli escursionisti che ci avevano passato la notte precedente stavano pulendo e chiudendo. Sempre aperto è invece il “locale emergenze”, piccolo e spartano ma ben attrezzato. Il panorama è vasto ed invoglia a proseguire. Il rifugio si trova sulla via normale di salita al Pizzo Ragno, 600m e 2h più in alto e fuori dalle mie possibilità. Ho deciso di provare la traversata verso gli alpeggi a est seguendo il sentiero M08.

Si parte puntando a monte verso le baite più alte, dove al bivio ho preso a destra verso la Cappella di Larecchio. Da qui è tutto un lungo falsopiano, a tratti in ombra e a tratti allo scoperto. Si traversano alcuni canalini, gruppi bi baite e ruderi sparsi. Sono andato fino allo scontornamento del crinale in modo da affacciarmi sul fondovalle vigezzino, vicino ad un grande masso isolato nel prato (già visibile dal rifugio) ed a una palina che dava la Cappella a 10min.

Le cartine riportano sentieri che dovrebbero scendere direttamente da qui al fondovalle del Rio del Basso. Vedevo chiaramente baite abitate 200m più in basso, ma non me la sono sentita di scendere il costone erboso in forte pendenza. Sono ritornato sui miei passi ripercorrendo il bel traverso con una vista panoramica girata di 180 gradi. Non mi è dispiaciuto. Meno esaltante rifare la lunga strada consortile del fondovalle. Unica variante: arrivato quasi ai ponticelli di Crotte sono rimasto sulla consortile risalendo a Patquedo con un percorso più lungo ma con pendenza lieve (e senza recinzioni da scavalcare).

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Effettuata28 Luglio 2025
Dislivello complessivo800 m   
Distanza percorsa 15 Km
Tempo di cammino 7 h 



Bivacco Gaiola

 

Questa escursione è da vedere come una possibile variante a quella fatta tempo fa per raggiungere l’alpe Deccia da Foppiano.

Si sale all’alpe Prepiana per il medesimo tracciato. Qui invece di dirigersi a destra si segue a sinistra l’indicazione per il monte Cistella. Il sentiero è in buone condizioni, facile e ben segnato, e con un lungo traverso in costante salita, sotto un bellissimo bosco di abeti, in circa 30 minuti si raggiunge il bivacco Gaiola.

!!! Bivacco chiuso !!! con lucchetto e cartello che informa che le chiavi sono da ritirare in Comune a Crodo.

Ma la funzione di un bivacco/rifugio non dovrebbe essere quella di fornire una base di appoggio per escursioni lunghe ed impegnative e, soprattutto, di garantire un ricovero in caso di imprevisti? Quando sono prevedibili perturbazioni un escursionista non si reca in Comune a chiedere la chiavi. Rimane a casa e rimanda a tempi migliori. Per non parlare poi della complicazione logistica: una mattina per ottenere le chiavi (gli orari degli uffici comunali non sono compatibili con quelli escursionistici) ed un’altra per renderle.

Mi sfugge il senso di questa politica… e questo caso non è l’unico. Negli anni ne ho trovati altri, in giro per le valli ossolane. Fortunatamente pochi. Le mappe però non dovrebbero indicarli come rifugi o bivacchi, ma come baite private. Si eviterebbe così di dare false aspettative agli escursionisti.

Dal bivacco non si gode di vista panoramica né sul massiccio del Cistella né sul fondovalle, per cui ho deciso di proseguire oltre seguendo il sentiero che punta alla vetta. Il tracciato si fa più impegnativo, la traccia è molto stretta fra erbe, cespugli e pietre. Il primo tratto in forte pendenza risale il bosco tra enormi massi erratici, per poi tagliare in diagonale il vasto anfiteatro. Mi sono portato fino a quota 1900m circa, sotto la Croce dei Meri, dove il sentiero inverte la direzione e punta verso la Costetta e dove il panorama, soprattutto verso monte, è veramente suggestivo. 


Sono ritornato sui miei passi fino alla fonte poco a monte del bivacco Gaiola dove una palina indica l’inizio del tracciato verso l’alpe Deccia. Questo sentiero non è riportato sulle mappe ma risulta ben segnato. In alcuni tratti è ridotto ad una traccia nel sottobosco, in altri punti riappare un’antica mulattiera larga e lastricata. È comunque un percorso facile e piacevole, che sale dolcemente fino a quota 1800m e termina, dopo circa 40 minuti, su un vasto pianoro poco a monte delle baite di Deccia Superiore. Il panorama è grandioso.

Per il rientro a Foppiano ho seguito il percorso già fatto la volta precedente.

(vedi altre foto)


Effettuata16 Luglio 2025
Dislivello complessivo850 m   
Distanza percorsa 11 Km
Tempo di cammino 6 h 



Alpe Cavallo

 

Si può parcheggiare lungo la provinciale, subito oltre il ponte sull’Ovesca, oppure nel piccolo piazzale all’ingresso della frazione Rivera. Tra i vicoli inizia la facile mulattiera che sotto un fitto bosco misto sale a Bordo (vedi) in posizione aperta e soleggiata. Si prosegue in falsopiano per giungere a Cheggio, frazione raggiungibile anche in auto. Superato il ponticello sul Rio Balmel, a destra si stacca il sentiero per l’alpe Cavallo.

Inizialmente con un lungo traverso in lieve salita e superata la bella cappella cinquecentesca di Mundù, si raggiunge il crinale boscoso che scende dal Pizzo Ciapé, dove inizia l’interminabile serpentina, in discreta pendenza ma fortunatamente fresco e ombroso, che termina alle baite del Crupp, la frazione più bassa dell’alpe Cavallo. Per tutta la salita si ha sotto gli occhi il triste spettacolo della morte di tutti gli abeti del versante - alcuni già a terra, altri ancora in piedi ma completamente rinsecchiti e sfrondati – sicuramente colpiti da qualche parassita inesorabile. 

Circa a metà della salita, verso quota 1.000, si incontrano i resti dell’alpe Alber, completamente diroccato e mangiato dal bosco. Una croce ricorda il sacrificio di due partigiani, morti qui pochi giorni prima della fine della guerra…. RIP.

Quando su sbuca ai prati del Crupp finalmente si gode del vasto panorama che spazia verso sud, dal fondovalle ossolano alla dorsale della Colma di Castiglione, fino al Pizzo del Ton. Si risale il ripido prato verso le poche baite, due delle quali risistemate, per riprendere la traccia che rientra nel bosco e in cinque minuti porta al vasto altopiano dell’alpe Cavallo. Anche qui poche baite sparpagliate ai margini della radura. Sul cocuzzolo una cappella, una croce, un monumento a ricordo degli alpigiani deceduti ed una panchina in posizione strategica per un panino con vista. Qui il panorama si apre anche verso nord, con il passo di Ogaggia tra la Testa dei Rossi a dx. e il Pizzo Ciapé a sx.

Come tante frazioni della bassa valle Antrona, frequentate ormai quasi esclusivamente da stranieri (svizzeri, tedeschi e olandesi) anche qui l’unica baita aperta è risultata abitata da una piccola comunità di tedeschi, con un sacco di bambini, quasi un revival dei mitici “figli dei fiori”.

Per il ritorno a valle ho rifatto il percorso della salita. Il sentiero verso San Pietro (tabella indicativa) mi è stata sconsigliato perché troppo inselvatichito. 

(vedi altre foto)


Effettuata16 Giugno 2025
Dislivello complessivo800 m   
Distanza percorsa 8 Km
Tempo di cammino 6 h