Si parcheggia a Prata e si imbocca (tabella) una poderale, a tratti asfaltata, che con forte pendenza sale all’alpe Pianezza, dove la strada finisce. Ma non la pendenza che prosegue bella tosta fino all’alpe Quana. Il sentiero, in buono stato, prosegue più dolce contornando la dorsale ed entrando nel vallone del Rio di Prata. Molte tracce sulla sinistra puntano verso lo scosceso canyon e sono ovviamente da ignorare. Si transita nei pressi di qualche baita isolata e si raggiunge l’alpe Praisano; siamo ormai a quota 800m e da qui inizia il lungo traverso che conduce all’alpe Marona. Senza problemi si giunge all’alpe Barca, un piccolo gioiello, da cui si gode di qualche scorcio panoramico.
Da qui in avanti la
situazione però cambia. Il sentiero – sempre visibile e sicuro – è ingombro di
ostacoli: rami, foglie e sassi che rallentano di parecchio la marcia. Si transita
per i ruderi dell’alpe Pianin, un tempo abbastanza vasto ma ormai mangiato da
bosco. Il tracciato, in falsopiano, e via via più in abbandono, punta al vallone
che scende dal Pizzo Lacina. In leggera discesa si giunge ad un primo guado –
quel giorno molto “allegro” a causa del disgelo di un inizio marzo parecchio
caldo. La mappa mi segnalava che poco più avanti avrei dovuto superare un
secondo guado. Vedevo chiaramente sull’altro lato del vallone le baite di
Marona a una ventina di minuti, ma tutta quell’acqua mi ha costretto a
rinunciare. Sono ritornato sui miei passi fino all’alpe Barca dove ho
finalmente pranzato e riposato.
Sempre sul tracciato della
salita, con calma sono ritornato all’alpe Pianezza, che la mattina avevo solo intravisto
tra gli alberi. Parecchie baite e case sono state ristrutturate, mentre ne rimangono
parecchie in abbandono. Curiosa la realizzazione di stradine fiancheggiate da
alti muri a secco, che danno l’idea di un labirinto. Una bella soluzione per smaltire i sassi…
Per l’ultimo tratto ho
deciso di seguire la nuova strada consortile (chiusa con sbarra) che, molto più
lunga e dolce, scende a tornanti verso Prata.
| Effettuata | 6 Marzo 2026 |
| Dislivello complessivo | 650 m |
| Distanza percorsa | 8 Km |
| Tempo di cammino | 5 h |
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Però la voglia di salire all’alpe Marona mi ha spinto a tentare un’alternativa, così dopo quasi un mese ci ho riprovato, questa volta partendo da Vogogna per scendere a Dresio, con meno di 1Km di provinciale per chiudere l’anello.
Ho parcheggiato nei pressi del Teatro Comunale e percorso i vicoli dell’antico borgo sino alla monumentale Chiesa da dove inizia la mulattiera che sale a Genestredo. Questa frazione di Vogogna offre piacevoli scorci panoramici e angoli caratteristici (vedi: Alla Rocca di Vogogna). Raggiunta la piazzetta sommitale si segue per un breve tratto la strada asfaltata, in direzione nord. Giunti ad una baita semi-diroccata si prende a dx il sentiero che sale all’alpe Marona. Non ci sono tabelle o indicazioni, solo un segno rosso sul muro della baita e la scritta A32, molto poco visibili. Da qui il sentiero è sempre ben evidente anche se scarseggiano i segni B/R e gli ometti di pietre. Il tracciato affronta la salita con pendenze sempre decise e pochi sono i traversi che danno respiro, del resto questo versante tra Val Grande e Ossola si presenta molto arcigno.
Superata una Cappelletta il
sentiero contorna il monte e si dirige verso il vallone del Rio Dresio. Poco prima
del guado si deve superare, con prudenza, un tratto recentemente franato.
Passati sull’altro lato del rio si deve risalire il ripido fianco del vallone
su una lieve traccia in presa diretta. Una passerella di tronchi, in parte sparita,
richiede molta attenzione. Quando finalmente la pendenza molla ci si ritrova su
una cengia dove sopravvivono vestigie delle antiche Cave Paradiso. Anche qui
qualche difficoltà a superare alcuni alberi caduti.
La salita riprende sempre su sentiero accidentato ed ingombro di ostacoli fino a raggiungere uno scollinamento improvviso. Da sinistra sale un sentiero ben pulito ed in ottimo stato che dovrebbe arrivare direttamente dalla strada di servizio della cava abbandonata sottostante e, visto il cambio repentino delle condizioni del tracciato, pare evidente che i frequentatori dell’alpeggio salgano da questa parte. Infatti, da qui in avanti il percorso si fa facile e piacevole. Un lungo falsopiano conduce alle due baite dell’alpe Pirin e successivamente ad una cappella. Un ultimo strappo e si sbuca sul magnifico pianoro dell’alpe Marona. La fatica è subito ripagata dalla bellezza del posto, delle case e dal magnifico panorama che ha in bella evidenza, al fondo della valle Anzasca, la parete del Monte Rosa. Tra le baite si trovano anche due fontanili che sono gli unici di tutto il percorso.
Dopo un meritato pranzo con vista, ho iniziato la ripida discesa verso Dresio. Il fondo del tracciato è in buone condizioni, sicuro e pulito. Molti gradoni e passaggi su roccette costringono a procedere con attenzione, ma l’ambiente aperto e le ampie vedute rendono piacevole il percorso. Qualche radura e sparse baite fiancheggiano il sentiero. Giunti ad un balcone panoramico con resti di un impianto teleferico il sentiero cambia radicalmente. Ora si procede su una specie di scivolo in pietra composto da grossi lastroni orizzontali, senza gradini e addirittura con i tornanti dai bordi rialzati (a mo’ di curva parabolica) dallo scopo evidente di facilitare il trasporto a valle dei massi estratti in cava. Questo tratto è chiamato “La Lizza” e termina ad un tornante della strada sterrata di servizio della cava, strada che ho seguito fino a Dresio.
| Effettuata | 2 Aprile 2026 |
| Dislivello complessivo | 670 m |
| Distanza percorsa | 7 Km |
| Tempo di cammino | 5 h |

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